Syberia

Stanotte ho finalmente finito Syberia 2, in meno di quattro giorni ho letteralmente divorato entrambi i capitoli e posso dire che forse uno o due giochi (Arcanum e Mafia) mi hanno coinvolto così tanto. Credo sia estremamente riduttivo considerare Syberia come un gioco, è giusto invece metterlo alla pari delle più grandi produzioni sia cinematografiche che letterarie. Syberia infatti, riesce a suscitare emozioni e stati d’animo proprio come un libro o un film sono in grado di fare, con la differenza che noi siamo completamente immersi e immedesimati nel gioco. Qualcuno dice she Syberia sia un “viaggio spirituale”, il confine tra il desiderio di fuggire e quello di sognare. Insomma, Syberia deve essere preso sul serio, e “giocato” sul serio, per apprezzarne ogni minimo particolare e afferrare quei sottili ma pesantissimi messaggi che ci offre, e giunti alla fine del viaggio ci sentiremo molto più ricchi di quando l’abbiamo iniziato.

Il testo che segue è tratto dal sito Syberia Italia.

Vita e Morte sui Binari: I Simbolismi di Syberia

Questo saggio contiene molti spoiler sulla trama, ma non dà soluzioni agli enigmi. Si raccomanda fortemente di giocare per intero Syberia prima di leggere questo articolo, per poterlo comprendere e apprezzare meglio.

Kate Walker – una sorta di eroe hessiano.
Kate Walker è una ‘yuppie’ da manuale, una giovane donna avvocato ambiziosa e sofisticata la cui intelligenza e richezza di risorse sono impiegate principalmente per servire il suo status sociale e professionale. Sebbene non ci venga mai presentata ben caratterizzata, complessa e sfumata quanto, ritengo, il protagonista narrante del Demian di Hermann Hesse, Kate rappresenta essenzialmente l’eroe ‘Hessiano’, un’anima mancante di individualità e di direzione intrinseca, il cui viaggio di lavoro all’apparenza procedurale nelle Alpi Svizzere rivela invece conseguenze che altereranno la sua vita privata (a questo punto, premettendo che la maggior parte dei giochi per computer presentano in maniera rudimentale i loro personaggi e le loro storie, è lecito dire che Benoit Sokal è uno dei pochissimi creatori di videogiochi che si preoccupa di dare al giocatore uno stimolo narrativo per continuare). Kate si muove in un mondo di materialità, scadenze, obblighi sociali, e, infine, repressione e stagnazione spirituale, una sorta di precario vacillare tra vita e non-vita.

Il contrasto tra la freddezza da ventunesimo secolo di Kate e il villaggio rustico del vecchio mondo di Valadilène balza immediatamente agli occhi nel modo di vestire di Kate, e nel tono neutrale e competente che usa quando interagisce con i personaggi locali. Tuttavia, lo strumento di contrasto narrativo più potente è il suo cellulare. Attraverso di esso, siamo in grado di stabilire il luogo sociale, emotivo e psicologico di Kate nel mondo in cui abita e a cui è abituata. Come uno strumento necessario alla trama (nel bene e nel male), il cellulare, nella sua natura conferitagli dalle persone, si introduce costantemente negli affari di Kate, e conseguentemente nella sua ricerca interiore, sottolineando le soffocanti esigenze di una vita materialistica di successo sebbene essenzialmente arida. Nel corso della storia e del gioco il cellulare agisce come uno strumento di ambivalenza psicologica, contemporaneamente aiutando Kate nella sua ricerca (alcuni degli enigmi ne richiedono l’uso) e interrompendo di tanto in tanto il suo viaggio, ricordandole i vincoli che la legano a casa. Può anche essere considerato come un avvertimento, il prezzo del progresso tecnologico che blocca qualsiasi forma di crescita interiore o di introspezione rendendo il suo proprietario sempre più suscettibile alle costanti interruzioni e agli obblighi che ne conseguono – la tecnologia che schiavizza il proprietario anziché rafforzarlo.

Fantasmi.
Il villaggio di Valadilène è una sorta di città fantasma, l’inevitabile avanzo di un mondo troppo impaziente per rimanere immobile. In un’epoca di elettronica e gadget usa e getta, la fabbrica meccanica dei Voralberg è vista come un peso, e deve essere venduta. Come conseguenza della chiusura della fabbrica per obsolescenza, lo stesso villaggio, che una volta dipendeva dalla prosperosa industria della famiglia Voralberg, muore, segnando il primo avventurarsi di Kate sulla strada della morte. La storia, nonché il gioco stesso, inizia con una morte vera e propria, quella di Anna Voralberg, l’unico contatto chiave che Kate deve stabilire prima di portare a termine il suo compito.

Momo, uno dei primi personaggi incontrati da Kate, è il presagio dello stesso Hans Voralberg. Momo, mentalmente ritardato ma pieno di energia e curiosità, può essere anche visto come un’anticipazione della stessa Kate alla fine del suo viaggio, e spiegherò questo più avanti nell’articolo. Il simbolismo di Momo è duale, è sia morto (bloccato nel suo sviluppo) sia pieno di vita (innocenza e curiosità), ma non ci è dato di sapere se Momo sia effettivamente nato così. Hans, d’altra parte, è “morto” in un incidente, o forse per causa del destino. Kate, alla fine del suo viaggio in questa storia, sceglie di morire. Spiegherò anche questo più tardi.

È qui che mi preme insinuare una piccola critica nei confronti del trattamento sbilanciato che Benoit Sokal riserva alla storia. Nel corso del gioco non viene mai permesso a noi, i giocatori, di essere al corrente delle idee di Kate nei confronti di alcuno dei personaggi che incontra. Questo è un peccato, perché avremmo potuto imparare di più sui personaggi attraverso le osservazioni di Kate, e più sulle relazioni reciproche attraverso i suoi pensieri. Allo stato delle cose, finiamo il gioco facendo supposizioni solamente attraverso i dialoghi. Un plauso in meno a Sokal per la sua “tirchiaggine”. Speriamo che Syberia 2 rimedierà a questa vistosa mancanza di interattività intima e psicologica.

Volare sotto cieli di vetro.
Quando il treno raggiunge la stazione di Barrockstadt, ci troviamo all’interno di un’architettura straordinariamente incantevole di brillante ingegneria. Le strutture in ferro che compongono la stazione sono anche una massiccia serra e una voliera, il che di nuovo sottolinea l’ambivalenza tematica di vita e morte della storia. Come stazione ferroviaria rappresentano solo una sosta per la mobilità, il progresso e la velocità – caratteristiche associate alla vita. Eppure al tempo stesso intrappolano gli uccelli lì rinchiusi, impedendo loro la piena libertà del volo e della migrazione. Kate può essere paragonata a uno di questi uccelli, che vivono in una tale sbalorditiva meraviglia tecnologica, ma anche intrappolati in essa, la cui vita è limitata da quegli stessi confini.

Barrockstadt è una cittadina universitaria immersa nel ricordo del suo glorioso passato color seppia di venerabile giaciglio intellettuale ed internazionale. Ma non appena Kate inizia ad esplorarla, noi iniziamo a percepirne la morte. Una camminata a est della stazione, verso la grande porta (la fine di questo capitolo), rivela il massacro strutturale delle costruzioni distrutte dalla guerra. L’entrata principale dell’università stessa è un museo di storia naturale, dove vengono esposti gli scheletri di animali del passato. Mentre girovaghiamo per l’università cercando di portare a termine il nostro compito, è facile avvertire una sensazione ansiosa di scappare il prima possibile. Barrockstadt, almeno nella mia personale esperienza, diventava via via sempre più simile a un mausoleo mentre proseguivo nel gioco.

La politica di Barrockstadt non è molto diversa nel perpetuare questa atmosfera da cripta. I tre vecchi rettori che Kate incontra e con cui ha a che fare sono l’incarnazione di ciò che la vecchia cittadina universitaria emana: torpore, avversione verso qualsiasi tipo di cambiamento e un quasi disperato bisogno di aggrapparsi a vecchie leggi ad ogni costo. Ritengo che questo sia un modo convincente per dare l’idea del senso di isolamento e dell’immobilità di tempo e di luogo che culmina con una stretta e indiscussa aderenza alla tradizione e allo status quo: regole arcaiche, architettura fisica che si sgretola, insegnamenti accademici e intellettuali ermetici (l’università offre principalmente discipline di scienze naturali – paleontologia, antropologia, ornitologia, ecc.), una simbolica bilancia strutturale (la grandeur formale e istituzionale del vecchio mondo contro le conferenze odierne trasmesse via Internet).

Il significato di Oscar.
Che vi piaccia o no, Oscar può essere visto come il contraltare narrativo del cellulare di Kate. È interessante notare che, come il telefono, anche Oscar è un prodotto della tecnologia e al tempo stesso di inevitabile obsolescenza, in un’altalena di vita e non-vita. Durante il viaggio di Kate, Oscar rimane risoluto e irremovibile, attaccandosi a predeterminate prassi senza mai dare segni di flessibilità, anche davanti alle frustrazioni e all’impazienza che Kate dimostra nei suoi confronti. Kate, che viene da un mondo di email spedite via fibra ottica, di SMS, di ticket elettronici, è completamente impotente al cospetto del fatiscente Oscar che, consapevolmente o meno, la sta educando alle necessità del nucleo spirituale del suo viaggio. Possiamo azzardare a dire che molti dei marchingegni meccanici della storia fanno la stessa cosa, più o meno, ma Oscar è il “catalizzatore” primario per questo scopo. Grazie a Oscar, Kate impara a rallentare e a respirare. Oscar, con i suoi modi eccentrici, è quasi “zen”: persegue un unico scopo, non si distrae mai dal percorso, non esita mai.

Komkolzgrad, il cosmodromo e il desiderio di morte.
Di tutte le fermate che il treno è stato costretto a fare, Komkolzgrad e il suo cosmodromo sono state a mio avviso le più tristi e cupe. L’intero luogo sembrava immerso in una sorta di limbo purgatoriale arrugginito. Mentre Barrockstadt agevolava le sue pratiche arcaiche sigillandosi dal resto del mondo, Komkolzgrad e il cosmodromo sembrano sguazzare nel loro abbandono e nella loro inutilità. Mentre Kate perlustra la stazione e la costruzione alla ricerca delle mani di Oscar che sono state inspiegabilmente rubate, scopriamo che Komkolzgrad è un’ex stazione e fabbrica mineraria in cui venivano costruite macchine da guerra usando gli automi di Hans Voralberg come infaticabili lavoratori – il suo più grande contributo alla causa.

Aralbad, l’anticamera del Paradiso.
Se studiate l’aspetto e l’atmosfera di Aralbad – la sua estrema nordica solitudine in grado di favorire l’instrospezione, la sua vicinanza a un mare permanentemente in bassa marea con navi immobili che assomigliano a giocattoli a lungo dimenticati in una soffitta, la sua aria densamente salata e nociva, le sue sfumature bianche, grigie e argentee, la sua distesa geografica simile alla tundra – potreste avere la sensazione che l’intero luogo non sia eccessivamente morto (com’era Valadilène), non così purgatoriale (come Komkolzgrad), e non totalmente autoreclusivo (come Barrockstadt). Piuttosto, si può avere l’impressione di trovarsi all’ultima fermata della propria autovalutazione, dove si arriva per esaminare il vero significato di tutte le decisioni prese in passato, e per cercare di comprendere quale sia il loro significato in questo momento. Aralbad è un’immensa bilancia metaforica della psiche, dove le persone come Helena Romanski soppesano i diversi avvenimenti del proprio passato, Aralbad non è stata realmente abbandonata dal tempo (come il cosmodromo di Komkolzgrad). Invece, il tempo indugia pigramente e permea Aralbad pesantemente, come l’aria densa di sale, e la vecchia Helena Romanski è consapevole dei suoi effetti corrosivi sulla sua anima. Sa che il tempo è tutto ciò che le è rimasto.

Quando Kate arriva per convincere la cantante d’opera, un tempo celebre e acclamata, ora arida e distaccata, a venire con lei a Komkolzgrad per esibirsi, apprende – e noi con lei, piano piano – che l’estremo desiderio di Helena è proprio quello di esibirsi per un’ultima volta, un suo personale canto del cigno. Purtroppo, la sua voce si è deteriorata con il tempo, assieme al suo personaggio pubblico, un tempo sfavillante. Kate, ancora una volta nel ruolo di un angelo venuto da chissà dove, assume il compito di riportare la voce di Helena al suono cristallino di una volta, e ci riesce. Helena è vistosamente emozionata e acconsente di accompagnare Kate e di esibirsi in una grande performance – il suo canto del cigno – a Komkolzgrad (dove lei e Kate scappano dalle grinfie del Direttore, naturalmente), e di tornare poi ad Aralbad.

È qui che si addice un confronto con il Colonnello. L’ultimo desiderio del Colonnello è volare, ma, finchè ciò non accade, se mai accadrà, egli si lascia crogiolare in una morte vivente a base di vodka, trasudando dolore e vacuità. Helena, d’altro canto, ha già vissuto una vita ricca e intensa, facendo ciò che amava di più. Diversamente dal Colonnello, lei ha volato, e diverse volte. Ma per Helena non si è mai trattato di una questione di tempo o di opportunità che stavano inesorabilmente svanendo (come per il Colonnello), era più una questione di tempo e di vita vissuta che venivano a riscuotere il loro tributo. Helena è stanca, appagata. È una residente permanente di Aralbad – l’anticamera del Paradiso, dove tempo e memoria cospirano per consumarla – e soccombe all’unica cosa che è possibile fare in quel luogo: vivere nel passato. Questa è ancora un’altra metafora della morte. Helena è un’altra anima sventurata che Kate deve salvare. Per Helena, l’unico modo per trascendere questa morte è contrapporre ad essa l’immediatezza di una canzone, una meravigliosa sfida lirica, una dichiarazione di essere ancora viva e in grado di respirare. Quando raggiunge questo obiettivo, capiamo che Helena aspetta con impazienza la morte fisica, la sua vita che ora può finire con un senso di conclusione. Ed è questo compito finale che porta Kate alla decisione di “morire”, quando il portiere di Aralbad annuncia un misterioso regalo per lei lasciato alla reception.

La morte di Kate Walker.
La bambola mammut fa capire a Kate che il suo obiettivo professionale è proprio dietro l’angolo. Ha portato a termine con fiero determinismo la fine dell’affare per soddisfare il suo studio legale a New York, e per un momento torna al suo mondo di status sociale e di soddisfazioni professionali, assieme a relazioni sfilacciate che, inizia a capire, erano solo parte di tutta la materialità obbligatoria, inestricabili per come le aveva concepite lei stessa.

Quando infine incontra Hans Voralberg, il manifestarsi dell’evento è semplice come lo stesso Hans. Hans, senza nemmeno leggere prima il contratto, firma, sapendo che da lui ci si aspettava quello. Per lui, per tutto quello che ha passato, la cessione fredda e professionale della fabbrica Voralberg non significa nulla. Kate, nonostante tutto ciò che le è successo durante l’avventura, ancora reagisce con sorpresa, ma forse in quel preciso istante ricorda i mammut, ricorda la ricerca lunga una vita di Hans, e quello che essa significa. Questo spiega facilmente il suo atteggiamento quasi avvilito durante la firma dei documenti da parte di Hans. Come per Hans, forse sente che la cessione della fabbrica a qualcun altro non significa più nulla per lei, tranne la possibilità di ottenere una pacca sulla spalla e una promozione. Quando inizia a camminare sul pontile verso l’aereo che la riporterà a New York, possiamo vederla in pensiero per le sue scelte, le possibilità, le conseguenze, e il significato di tutto ciò.

Ora è il momento per Kate di soppesare le sue scelte e le sue esperienze su quella grande bilancia che è Aralbad, proprio come aveva fatto in precedenza Helena romanski.

La scelta tra vita e morte oscilla davanti a Kate. All’inizio pensava di avere una vita a New York, ma ha capito che erano pure macchinazioni, ciò che ha fatto l’ha fatto perché era qualcosa che si aspettavano che lei facesse. La firma e la conseguente cessione della fabbrica è qualcosa che non conduce a nulla di sostanziale, non è come aiutare il Colonnello a volare o stabilire un’amicizia cameratesca con Oscar, o scoprire l’intrigo dei mammut, scoprire la passione di Hans che, con una tale precisa singolarità di scopo e fede, segue la sua passione, ovunque essa possa condurlo. Kate capisce che è questo quello che vuole adesso, calza a pennello, perfettamente, naturalmente, senza forzature – non si era mai sentita più viva e onesta con se stessa. Ma per raggiungere questo stato, deve morire. Kate Walker, avvocatessa professionista di New York, rampante, sofisticata, socialmente prominente e giovane donna attraente con un buon status sociale, deve morire.

E così si volta velocemente appena prima di salire sull’aereo e corre più veloce che può verso la stazione, per raggiungere quel treno solitario diretto a est – e Hans – appena in tempo.

Kate Walker è morta.

Uomo e macchina, trascendenza e scopo.
Come preludio alla fine della storia, Momo, uno dei primissimi personaggi che Kate incontra, è mostrato mentre gioca con degli ingranaggi di metallo. Momo, anche nel suo ritardo mentale, è pieno di vita e di curiosità. Possiamo vedere un parallelo tra lui e Hans, con Kate enfaticamente nel mezzo. Kate, nella sua lenta trasformazione spirituale, diventa simile a Momo, condividendo il suo fanciullesco entusiasmo e la sua genuinità. Diventa anche simile ad Hans, rifuggendo un mondo familiare fatto di obblighi e prestigio sociale, e riuscendo alla fine a far rifulgere la sua innocenza, le sue intuizioni e le sue passioni senza compromessi.

Sembra naturale pensare ad Hans come a una sorta di catalizzatore spirituale per Kate. È la sua inarrestabile ricerca dei mammut che ispira in Kate reverenza nei suoi confronti, e che la spinge ad intraprendere il suo personale percorso di realizzazione che, in questo caso, significa seguire Hans nel suo viaggio.

È interessante notare, inoltre, come la visione che Hans ha della tecnologia – giocattoli a molla parlanti, automi fedeli, treni a grandezza naturale – sia in pieno contrasto con il concetto, proprio del 21esimo secolo, di gadget usa e getta dall’insita obsolescenza. Un gadget elettronico del 21esimo secolo, come il cellulare di Kate, serve unicamente a rendere il suo proprietario strettamente dipendente da esso, non solo pragmaticamente, ma anche psicologicamente. Da qualche parte tra la gloria della filantropica industria dei Voralberg e i coinvolgimenti sociali senza fili di Kate, è apparsa una strana e pericolosa fenditura che continua ad allargarsi.

I mammut e la fede che afferma la vita.
Sarebbe inappropriato sostenere che i mammut – o meglio, il loro significato all’interno dello scopo narrativo – non siano l’elemento motivazionale ultimo della storia intera. È stata, dopo tutto, la scoperta di Hans della bambola mammut nella grotta a innescare, e sigillare, il suo destino. A un certo punto durante il suo viaggio, Kate deve essersi domandata cosa significhino questi mammut, e perché Hans abbia intrapreso questa avventata ricerca, nonostante si ritengano animali estinti. Allora cosa significano i mammut per Hans? La caccia ai mammut, simbolicamente, ha più cose in comune con la ricerca della purezza e della completezza, che non della conoscenza. I mammut sono collegati a concetti come il Sacro Graal e l’albero dell’illuminazione. Che esistano realmente oppure no (almeno all’interno della storia), è la forza della loro idea, la consapevolezza della possibilità della loro esistenza, che guida Hans a cercarli. La sua fede in essi è il suo scopo e la sua passione e la sua personale affermazione di essere vivo, ed è da questa forza che Kate si fa guidare e da cui trae la propria ispirazione.

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Categorie: Videogiochi | Tag: , , , , , , | 1 commento

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Un pensiero su “Syberia

  1. IO::

    Stupendo Syberia, è una droga quasi come Mafia. Quando cominci a giocare, non ti stacchi dal pc fin quando non lo hai finito.

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