Cultura

Daniel Foss: la vera storia del Robinson dimenticato (e sconosciuto) e del suo remo

Poco prima della sua morte avvenuta nel 1916, Jack London scrisse Il vagabondo delle stelle, romanzo che narra le molte vite di Darrel Standing, professore di agraria detenuto nel carcere di San Quentin in California e condannato più tardi all’impiccagione. Durante la sua permanenza in carcere, attraverso delle esperienze di “piccola morte”, riesce a liberare l’anima dal proprio corpo, riuscendo così a viaggiare attraverso le epoche e, soprattutto, a rivivere le sue vite passate.

In uno di questi viaggi, l’anima di Darrel Standing vive nel corpo di Daniel Foss. A differenza degli altri “corpi” menzionati nel romanzo (il bambino Jesse Fancher, il conte Guillaume De Sainte-Maure,  Ragnar Lodbrog amico di Ponzio Pilato, e altri) Daniel Foss è un marinaio realmente esistito che nel 1809 salpò per le Friendly Islands (attualmente Isole Tonga) per il Capo di Buona Speranza. Fu l’inizio di un calvario di sei anni che lo portò al disastro in mare, alla fame, al cannibalismo, ad anni di solitudine forzata e, infine, ad un meritato, anche se a lungo rimandato, soccorso.

Il 25 novembre la nave su cui viaggiava Daniel Foss incontrò una terribile tempesta e urtò contro un un iceberg riportando gravissimi danni e nel giro di cinque minuti la nave, un brigantino, era completamente affondata. Foss riuscì a salvarsi insieme a venti dei suoi compagni che raggiunsero la lancia di salvataggio. Immediatamente, presero rotta verso sud, pregando che le loro modeste razioni di manzo, maiale, acqua e birra che avevano a disposizione li avrebbero sostenuti fino a quando non avessero trovato un terreno o qualcuno che li soccorresse. Ma le scorte di cibo e acqua erano scarse e il cattivo tempo continuò imperterrito. Dopo nove giorni i 21 uomini dell’equipaggio si erano ridotti a otto e il 10 gennaio rimasero in vita il solo Foss e altri due e altri due compagni estremamente provati dalla fame.

Ad un certo punto decisero di tirare a sorte per determinare chi sarebbe stato sacrificato per la sopravvivenza dei rimanenti due. Toccò al chirurgo di bordo: si tagliò una arteria del braccio sinistro, e Foss e il suo compagno si nutrirono con il loro sangue caldo del loro compagno mentre lui, silenziosamente, spirò.

Per 12 giorni Foss e il suo compagno si nutrirono della carcassa del medico in decomposizione, e il 5 marzo avvistarono finalmente terra! Qui Foss si trovò in un’altra situazione difficile e altrettanto straziante. L’imbarcazione su cui si trovavano lui e l’ultimo superstite della spedizione, urtò violentemente contro una barriera di rocce al largo dell’isola che avevano avvistato. Rapidamente la barca si capovolse e gettò i due uomini in mare. Fosse riuscì ad aggrapparsi ad un remo e a raggiungere la costa. Del suo ultimo compagno non ne seppe più nulla.

Resistendo ad un travolgente bisogno di farsi prendere dal panico, Foss procedette ad esplorare l’isola sulla quale era sbarcato e le sue scoperte gli portarono un po’ di allegria. L’isola era terribilmente piccola, lunga non più di un chilometro, e non vi era alcun segno di animale, uccello, o forme di vita marina, ad eccezione di pochi molluschi. Foss rimase senza cibo per tre giorni, il suo corpo era gonfio e provato dal mare, dal vento e dalle rocce. Sapeva che presto sarebbe morto. Pensò a casa sua, e fu immerso in un profondo stato di malinconia. Tuttavia, il mattino seguente si svegliò decise di continuare la sua lotta. Verso mezzogiorno scoprì il corpo di una foca  morta in un crepaccio tra le rocce.

Alcuni giorni dopo venne svegliato da dei versi che gli sembrarono dei ruggiti di cani. Corse verso la riva e non incontrò un branco di cani, bensì migliaia di foche, vive! Corse tra le loro file, agitando il suo remo con foga e violenza.

Alla fine della giornata aveva macellato più di 100 foche.

Avendo così risolto il problema del cibo, Foss fu costretto a lavorare sul perfezionamento del sistema di approvvigionamento dell’acqua. Fino ad allora, in mancanza di contenitori adeguati, il naufrago fu costretto a bere l’acqua piovana che si raccoglieva nelle buche delle rocce. Creò quindi un secchio da una grande roccia, lavorandola e modellandola con le pietre più dure che trovò sull’isola. Nel giro di cinque settimane ebbe un grosso secchio di pietra in grado di contenere quasi due litri d’acqua. Nel corso dei mesi seguenti ricoprì l’isola di fori per immagazzinare l’acqua, disponendoci anche dei coperchi di pietra per conservarla. Così facendo, Foss aveva 200 litri di acqua a sua disposizione in ogni momento.

Durante il secondo anno sulla isola, Foss aveva fatto molto per superare le difficoltà della sua prigionia. Eresse una capanna di pietra, che lo circondava con una barricata alta 10 piedi che lo proteggeva dalle onde del mare e venti forti. Nel punto più alto dell’isola ha costruito un pilastro alto 30 piedi e ornato con i brandelli della sua camicia di flanella. Un segnale di soccorso per le navi di passaggio. Diede alla sua permanenza sull’isola un ordine tradizionale, con la creazione di un calendario sul l’unico pezzo di legno piatto che si trovava sull’isola, il remo.

Il remo diventò il suo tuttofare: era un’arma, un’asta portabandiera, una canna, un pungolo; e Foss lo custodiva  gelosamente in un involucro di pelle di foca. Negli anni successivi il remo diventò anche il libro dei canti: Foss vi intagliò un breve versetto, che cantava a se stesso ogni sabato. Ispirato da questa impresa, utilizzò la parte più ampia del remo come una sorta di diario, incidendo con la pietra la storia del suo naufragio e la successiva vita in esilio. Nella migliore delle ipotesi poteva incidere 12 lettere al giorno, facendo in modo che dopo la sua morte, non fosse dimenticato.

In modo anche abbastanza appropriato, è stato proprio il remo che salvò Foss, durante il sesto anno del suo confino. Avvistò una grande nave, e  una piccola barca che cercava di approdare su quell’isola frastagliata dalle rocce. Foss prese il suo remo e  si tuffò a capofitto tra le pericolose onde e nuotò verso il piccolo vascello di salvataggio.

Quando fu al sicuro, a bordo della grande nave, Foss e il suo remo furono considerati con grande curiosità e ammirazione da quegli attoniti marinai. Foss poi tornò a casa sua a Elkton. Fu tanta la gratitudine al suo che lo donò al curatore del Museo Peal a Philadelphia. Purtroppo, oggi il museo non esiste più, e del remo si è persa ogni traccia.

“A journal of the shipwreck and sufferings of Daniel Foss , a native of St. Mary’s (Georgia) who was the only person saved from on board the brig The Negotiator, of Alexandria, which foundered in the Pacific Ocean, on the 26th nov. 1811 – and who lived for five years on a small barren island – during which time he subsisted on seals, and never saw the face of any human creature.”

Questo è il titolo del diario di Daniel Foss, pubblicato a Boston nel 1816. Una copia originale si può acquistare in questo sito alla modica cifra di 4.500 dollari. Queste sono alcune delle sue pagine:

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Gli illustratori de “I viaggi straordinari” di Jules Verne

In primo luogo si consideri la seguente incredibile statistica: c’erano più di quattromila illustrazioni della serie Voyages Extraordinaires di Jules Verne, mediamente più di 60 per ogni romanzo e una ogni 6-8 pagine, negli originali testi in formato “ottavo” rosso e dorato della Hetzel. Dalla pubblicazione del primo romanzo di Verne, nel 1863, queste immagini e mappe xilografiche sono diventate parte integrante dei romanzi fantascientifici di Verne: infatti le ristampe moderne de “I Viaggi Straordinari”, sono caratterizzate dalle loro illustrazioni originali, che riprendono la sensazione ambientale socio-storia tipica dei romanzi di Verne, ed evocano quel senso di lontano esotismo e futuristico stupore, le stesse emozioni che provavano i lettori dell’epoca.

Eppure, ad oggi, maggior parte della critica Verniana ha praticamente ignorato il ruolo cruciale svolto da queste illustrazioni nelle opere di Verne.

Come ho discusso in dettaglio altrove, sembrano esserci quattro diverse categorie di illustrazioni ne I Viaggi Straordinari, ciascuna dei quali ha una diversa funzione semiotica e/o didattica, all’interno della narrazione.

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La vittoria vichinga dell’Islanda

Congratulazioni all’Islanda.

Fitch ha migliorato il rating di credito del paese, portandolo a BBB con prospettiva stabile, aspettandosi che il debito tocchi il 100% del PIL.

L’ultima previsione dell’OCSE ha ipotizzato un crescita del 2,4% per quest’anno, dopo il 2,9 nel 2011.

La disoccupazione cadrà dal 7% dello scorso anno al 6,1 di questo esercizio, e poi al 5,3 nel 2013.

Il deficit delle partite correnti era dell’11,2% nel 2010. Si ridurrà al 3,4% questo anno, e sparirà quasi del tutto nel prossimo.

La strategia di svalutazione sostenuta dai controlli sui capitali ha salvato l’economia. (Sì, lo so c’è una disputa su controlli del cambio, ma è un dettaglio.) Il paese ha tenuto insieme il suo welfare nordico e ha preservato la coesione sociale. Sta di nuovo lentamente prosperando, anche se il debito privato è pesante.

Nessuno sta costringendo il governo eletto a rimettere il mandato o a nominare un tecnocrate primo ministro. L’Althingi siede senza intralci all’interno della gloria isolana, il parlamento più vecchio del mondo (930 D.C.).

Il risultato è una rivendicazione delle monete sovrane e delle banche centrali nazionali che sono capaci di rispondere agli shock.

Il contrasto con la catastrofe della disoccupazione e della deflazione del debito che coglie tutto l’arco depressionario in Europa è lampante. I menagrami dell’UEM, che persistono nel dibattere che l’uscita dall’Europa sarebbe suicida, dovrebbero iniziare a trovare un argomento migliore.

Siamo sicuri che l’Islanda si assocerà all’UE e all’euro? Non ci scommettete.

Ecco il testo di Fitch:

Fitch Ratings ha migliorato il rating di credito (IDR) a lungo termine dell’Islanda per l’emissione in moneta estera da ‘BB+’ a ‘BBB-‘ e ha portato la valutazione a lungo termine per le emissioni in moneta locale a ‘BBB+’. Il suo IDR a breve termine per le emissioni in divisa estera è stato promosso a ‘F3’ da ‘B’ e la valutazione per la quantità di debito da ‘BB+’ a ‘BBB-‘. Le prospettive sui rating a lungo termine sono stabili.

“Il recupero della valutazione a lungo termine di investment grade riflette i progressi che sono stati fatti per ripristinare la stabilità macroeconomica, favorendo le riforme strutturali per ristabilire la solvibilità sovrana dalla crisi monetaria e bancaria del 2008”, ha detto Paul Rawkins, Direttore Senior del gruppo addetto ai rating del debito pubblico di Fitch.

“L’Islanda è uscita con successo dal programma del FMI e ha riguadagnato un nuovo accesso ai mercati internazionali del capitale. È in corso una promettente ripresa economica, la ristrutturazione del settore finanziario è ben avanzata, mentre il rapporto tra debito pubblico e PIL sembra essere vicino a un robusto programma di consolidamento fiscale”, ha aggiunto Rawkins.

Essendo stato il primo paese ad aver sofferto la crisi finanziaria globale, l’Islanda ha completato con successo un programma triennale di salvataggio del FMI nell’agosto del 2011. Nonostante alcuni contrattempi, questo piano ha gettato le fondamenta per un accesso rinnovato ai mercati internazionali del capitale alla metà del 2011 e per un impulso incoraggiante sulla crescita economica, pari al 3% nel 2011. La flessibilità del lavoro, dei mercati produttivi e un tasso di cambio oscillante hanno facilitato la correzione degli squilibri esterni e contenuto l’aumento della disoccupazione, mentre il sistema finanziario si è ridotto a un quinto delle dimensioni precedenti.

L’Islanda è stata tra le prime a operare un consolidamento fiscale tra le economie avanzate: il deficit primario si è contratto dal 6,5% del PIL nel 2009 allo 0,5% nel 2011, e sembra poter raggiungere un’eccedenza fiscale primaria dal 2012 e un surplus dal 2014.

Fitch ritiene che il debito governativo lordo potrebbe aver raggiunto il picco nel 2011 a circa il 100% del PIL (escludendo le potenziali passività di Icesave); il debito netto è significativamente più basso, circa il 65% del PIL, riflettendo cospicui depositi alla Banca Centrale (CBI). Riuscendo a contenere ulteriori shock, l’Islanda dovrebbe vedere una forte riduzione nel suo rapporto tra debito e PIL dal 2012, nel caso in cui continui la ripresa economica e che il governo raggiunga gli obbiettivi fiscali di medio termine. Gli ingenti depositi del governo presso la CBI e le riserve record in divise straniere alleviano le preoccupazioni di finanziamento a breve termine. Comunque, il rischio di eventuali e ulteriori passività che verranno scaricate nei bilanci governativi resta alto.

La risposta politica non ortodossa dell’Islanda alla crisi è riuscita a preservare la solvibilità sovrana, malgrado le difficoltà del settore finanziario senza precedenti. Comunque, rimangono problemi insoluti, come per la disputa protratta su Icesave, una branca off-shore della fallita Landsbanki che accettava depositi in divisa estera dal Regno Unito e dai Paesi Bassi, e il lento alleggerimento dei controlli sui capitali imposti nel 2008.

L’impatto di Icesave sulla solvibilità dell’Islanda si è affievolito col passare del tempo e Landsbanki ha cominciato a retribuire i conti di deposito. Comunque, Fitch ritiene che Icesave abbia ancora la capacità di far alzare il debito pubblico tra il 6 e il 13% del PIL, se un tribunale E.F.T.A. dovesse pronunciarsi contro l’Islanda. La risoluzione del problema Icesave sarà importante per il ripristino di normali relazioni con i creditori esteri e per rimuovere l’incertezza per le finanze pubbliche.

I controlli sui capitali continuano a bloccare il rimpatrio di una somma tra i 3 e i 4 miliardi di dollari di investimenti di soggetti non residenti in debito pubblico denominato nella corona islandese e in altri strumenti di deposito. Fitch ammette che l’abbandono dell’Islanda dei controlli sui capitali sarà un processo lungo, dati i rischi sottostanti di stabilità macroeconomica, di finanziamento fiscale e della nuova base, appena ristrutturata, della banche commerciali.

Sinora, l’Islanda è stata relativamente poco toccata dalla crisi del debito sovrano dell’eurozona e, anche se ci si attende che la sua crescita rallenti fino al 2–2,5% nel 2012-13, Fitch non prevede che torni in recessione. In ogni caso, il settore privato rimane molto indebitato. Il debito delle famiglie supera il 200% del reddito disponibile e quello delle imprese il 210% del PIL, evidenziando la necessità di un’ulteriore ristrutturazione del debito nazionale, mentre il settore fondamentale per le esportazioni è stato frenato dai limiti di capacità produttiva e da una mancanza di investimenti, aggravate in parte dal lento alleggerimento dei controlli sui capitali.

Fitch ritiene che le iniziative future per il rating sovrano prenderanno in considerazione una lunga serie di fattori, che includono il proseguimento della ripresa economica, il consolidamento fiscale e i progressi verso la riduzione del debito pubblico e di quello estero. L’Islanda è ancora un paese con un reddito relativamente alto, con standard di governabilità, uno sviluppo umano e una facilità di impresa più simili a uno stato con un credito di primo livello che a uno con un rating basso. L’accelerazione della ristrutturazione del debito privato, un rilassamento progressivo dei controlli sui capitali, la normalizzazione delle relazioni, oltre a una durevole stabilità monetaria e dei tassi di cambio, aiuterebbero il miglioramento dello status creditizio dell’Islanda.

DI AMBROSE EVANS-PRITCHARD
Telegraph.co.uk

Fonte: Iceland’s Viking Victory

17.02.2012

Traduzione per www.comedonchisciotte.org

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Storia degli Scacchi – Dalla Rivoluzione Industriale ad oggi

Introduzione

Nel 1851 Howard Staunton, redattore scacchistico dell’Illustrated London News, in occasione dell’ Esposizione Universale, decise di organizzare a Londra il primo autentico torneo scacchistico internazionale della Storia.

Da allora, il gioco degli scacchi non fu più un’esclusiva delle classi dell’alta borghesia: progressivamente, oltrepassando le barriere mondane in cui era confinato, si diffuse tra le folle, sempre più numerose e appassionate.

Lo scrittore George Walker, a proposito, dopo una visita al Cafè de la Règence, disse: “Cos’è successo agli scacchi? Il gioco dei filosofi, la sfida tra intelligenze, il passatempo dei pensatori solitari, è ora praticato tra boati e ruggiti.”
Dopo 1500 anni di storia ininterrotta, passando per le corti più importanti di Europa e Asia, dopo essere stato il principale passatempo di Napoleone Bonaparte, Abramo Lincoln, Montezuma, Eduardo I, Voltaire, Karl Marx, Che Guevara e Papa Leone XIII, il gioco degli scacchi ha raggiunto ogni angolo del Mondo, e oggi grazie ad Internet, milioni di persone posso sfidarsi in rete.

Sotto quest’ aspetto gli scacchi riflettono il progresso sociale e industriale: idee e culture entrano in collisione, si mescolano, progrediscono.

Un ulteriore incentivo della diffusione degli scacchi fu anche la crescente disponibilità di scacchiere di qualità, e la relativa produzione di massa dei set di scacchi tradizionali, alcuni dei quali prodotti da maestri artigiani. I materiali più utilizzati per la realizzazione di scacchiere furono il legno, dai più pregiati ai più comuni, ossa, avorio, ceramica, fino alla più moderna plastica e alle recenti scacchiere elettroniche.
Questo lavoro vuole ripercorrere la storia dei pezzi, dell’influenza che hanno avuto e che hanno subito, almeno nella forma, ma mai nella sostanza.

 

Da sinistra a destra: Löwenthal, de Rivière, Wyvill, Falkbeer, Staunton, Lyttelton and Kennedy

The Illustrated London News, 14 Luglio 1855

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Carditello, il saccheggio senza fine di un capolavoro del Settecento.

Il proprietario della reggia è un consorzio di bonifica che affoga nei debiti e che vorrebbe vendarla all’asta. Attorno una “danza macabra” di enti pubblici: tribunale, soprintendenza, ministero, Regione Campania. E intanto le infiltrazioni d’acqua cancellano gli affreschi e i ladri passano ogni notte a spogliare l’edificio di marmi, stucchi, pilastri e pavimenti.

La reggia di Carditello cade a pezzi. E intorno a questo gioiello dell’architettura settecentesca, a pochi chilometri da Caserta, si allestisce una specie di danza macabra. Non bastano i ladri e i vandali che quasi ogni notte scavalcano il recinto e strappano la corona dello stemma, si avventano sulle aquile alla base dell’obelisco oppure danno fuoco a uno dei grandi platani che svettano davanti alla facciata dell’edificio, nell’arena dove i re Borbone allenavano i cavalli – i migliori nell’Europa del Settecento. Al grottesco e lugubre balletto dei saccheggiatori si aggiungono le istituzioni che dovrebbero occuparsi di questa residenza reale, costruita nel cuore di quella che un tempo era la Campania felix. E che invece scaricano le responsabilità l’una sull’altra. Lasciando che la reggia a marzo prossimo venga venduta all’asta per pochi spiccioli (poco meno di venti milioni, dopo due sedute andate a vuoto).

La reggia è di proprietà di un ente della Regione Campania, il Consorzio di bonifica del Basso Volturno, che affoga nei debiti. E che è costretto a svendere ai creditori (l’ex Banco di Napoli, ora Banca Intesa) il suo patrimonio. E quindi la reggia, finita ora sotto la custodia del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Qualche settimana fa il giudice che cura la vendita ha emesso un decreto con il quale si vieta a chiunque, anche ai giornalisti, di entrare. Pericolo di crollo, dice il provvedimento. Che impedisce ai cronisti di documentare lo strazio di un patrimonio culturale, ma non ha evitato che i saccheggiatori facessero man bassa. Qualche giorno fa si è deciso di istituire una vigilanza anche notturna. Ma la notizia è stata presa come l’ulteriore, tardiva beffa in una storia triste e tragica che va avanti da tempo.

 

Ai ladri si sommano gli effetti dell’abbandono in cui versa la reggia. Le decorazioni, restaurate appena una decina di anni fa, rischiano di staccarsi inzuppate dall’acqua che cola nelle murature, e sono in pericolo anche i preziosi affreschi di Jakob Philipp Hackert, amico di Goethe e pittore di corte con Ferdinando IV di Borbone, aggrediti dall’umidità e dalle muffe. I ladri sono saliti fin sull’altana, da dove lo sguardo spazia sulla maglia a scacchiera della campagna aversana che, nonostante le discariche abusive e quelle legali, conserva i tratti di un paesaggio rurale fra i più celebrati. Dalle balaustre hanno staccato i pilastrini in marmo, uno dopo l’altro, scartando quelli del piano di sotto che invece sono copie. I pilastrini che si sono rotti durante il trasporto li hanno abbandonati ai piedi del recinto. I pezzi interi li hanno portati via con i camion. Ci sono volute ore, i pilastrini sono pesanti e ingombranti. Ma nessuno ha visto niente. Negli anni scorsi hanno rubato quasi tutti i caminetti, i lastroni in marmo delle scalinate e interi pezzi di pavimento. Non si erano però mai viste tante razzie come negli ultimi giorni. Ora si teme per le cornici delle porte, anch’esse di un marmo che non si trova più in circolazione.

Il Consorzio di bonifica, che in realtà si occupa di irrigazione e regimazione di acque, ha ereditato la reggia, circondata da una tenuta di oltre 2 mila ettari, dall’Opera nazionale combattenti, alla quale finì in dote negli anni Venti del Novecento. Nessuno, né i combattenti né il Consorzio, hanno mai capito che cosa fare di questa meraviglia. La tenevano lì, inscrivendola nei propri bilanci e sperando che qualcuno se l’accollasse. Negli anni Ottanta nei padiglioni laterali di Carditello venne organizzato un Museo della civiltà contadina, tenuto con molta cura. Ma poi anch’esso venne abbandonato, i solai cominciarono ad aprirsi e le tegole si sfracellavano al suolo. I pezzi più belli vennero rubati, altri furono dispersi in varie collezioni. Attualmente ci sono solo brandelli di carretti, di macine e di aratri.

Alla fine degli anni Novanta il Ministero per i Beni culturali investì cinque miliardi di lire per restaurare la parte centrale dell’edificio, la vera e propria residenza reale. Ritornarono a splendere gli stucchi verde chiaro delle volte e ripresero colore gli affreschi di Hackert, molti dei quali raffigurano il paesaggio rurale dell’intorno, attraversato da cavalli e bufale, l’acquedotto carolino e la Reggia di Caserta. Il Consorzio vi installò alcuni uffici e la Reggia, seppure con abiti burocratici, viveva. Poi la crisi: le casse del Consorzio si andavano prosciugando e l’ente agonizzava a causa dei debiti. Fra i creditori c’era l’allora Banco di Napoli, che tramite una sua società, la Sga, avviò la procedura per la vendita all’asta.

La Reggia di Carditello ha iniziato a morire giorno dopo giorno. Vuota, abbandonata, perdeva pezzi. I tetti, sfondati, lasciavano entrare la pioggia che imbeveva le murature. Gli infissi non chiudevano più, l’acqua penetrava nei grandi saloni e stagnava nei solai. La Regione Campania (era Bassolino) avviò dei progetti di restauro e di riuso dell’edificio. Il Consorzio, per iniziativa di un commissario, Alfonso De Nardo, raggiunse un’intesa con la Sga che si sarebbe accontentata di 9 milioni, evitando che la reggia finisse all’asta. Bastava che la Regione, a sua volta debitrice del Consorzio, versasse nelle casse dell’ente quanto dovuto. Ma tutto è rimasto fermo. Nel frattempo è cambiata l’amministrazione regionale. Ora il presidente Stefano Caldoro fa sapere tramite la sua portavoce che lui su Carditello non ha niente da dire. E il consiglio regionale ha appena bocciato un emendamento alla legge finanziaria che stanziava tre milioni in tre anni per pagare il debito del Consorzio e per evitare che la reggia finisse nelle mani di chissà chi.

Il Consorzio accusa la Regione. E contro la Regione si scaglia anche la Soprintendente Paola Raffaella David. Che mette Caldoro sul banco degli imputati insieme a Consorzio e Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, cercando di impedire la vendita all’asta e chiedendo l’intervento dell’Avvocatura dello Stato per fermare la procedura. D’altronde, ribattono gli imputati, non è che i Beni culturali abbiano fatto granché. E in effetti a Carditello non si è mai visto nessuno in questi anni, tantomeno ministri o alti dirigenti di quel ministero, quasi che la reggia, fastidioso ingombro, non avesse altro destino che essere abbandonata o soccombere sotto i colpi dei vandali.

Reportage di Francesco Erbani. Tratto da Repubblica.it
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