Il 2012 del blog

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per il mio blog.

Ecco un estratto:

4,329 film sono stati presentati al Cannes Film Festival di quest’anno. Questo blog ha avuto 13.000 visite nel 2012.

Se ogni visita fosse stato un film, questo blog avrebbe alimentato 3 Festival.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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Daniel Foss: la vera storia del Robinson dimenticato (e sconosciuto) e del suo remo

Poco prima della sua morte avvenuta nel 1916, Jack London scrisse Il vagabondo delle stelle, romanzo che narra le molte vite di Darrel Standing, professore di agraria detenuto nel carcere di San Quentin in California e condannato più tardi all’impiccagione. Durante la sua permanenza in carcere, attraverso delle esperienze di “piccola morte”, riesce a liberare l’anima dal proprio corpo, riuscendo così a viaggiare attraverso le epoche e, soprattutto, a rivivere le sue vite passate.

In uno di questi viaggi, l’anima di Darrel Standing vive nel corpo di Daniel Foss. A differenza degli altri “corpi” menzionati nel romanzo (il bambino Jesse Fancher, il conte Guillaume De Sainte-Maure,  Ragnar Lodbrog amico di Ponzio Pilato, e altri) Daniel Foss è un marinaio realmente esistito che nel 1809 salpò per le Friendly Islands (attualmente Isole Tonga) per il Capo di Buona Speranza. Fu l’inizio di un calvario di sei anni che lo portò al disastro in mare, alla fame, al cannibalismo, ad anni di solitudine forzata e, infine, ad un meritato, anche se a lungo rimandato, soccorso.

Il 25 novembre la nave su cui viaggiava Daniel Foss incontrò una terribile tempesta e urtò contro un un iceberg riportando gravissimi danni e nel giro di cinque minuti la nave, un brigantino, era completamente affondata. Foss riuscì a salvarsi insieme a venti dei suoi compagni che raggiunsero la lancia di salvataggio. Immediatamente, presero rotta verso sud, pregando che le loro modeste razioni di manzo, maiale, acqua e birra che avevano a disposizione li avrebbero sostenuti fino a quando non avessero trovato un terreno o qualcuno che li soccorresse. Ma le scorte di cibo e acqua erano scarse e il cattivo tempo continuò imperterrito. Dopo nove giorni i 21 uomini dell’equipaggio si erano ridotti a otto e il 10 gennaio rimasero in vita il solo Foss e altri due e altri due compagni estremamente provati dalla fame.

Ad un certo punto decisero di tirare a sorte per determinare chi sarebbe stato sacrificato per la sopravvivenza dei rimanenti due. Toccò al chirurgo di bordo: si tagliò una arteria del braccio sinistro, e Foss e il suo compagno si nutrirono con il loro sangue caldo del loro compagno mentre lui, silenziosamente, spirò.

Per 12 giorni Foss e il suo compagno si nutrirono della carcassa del medico in decomposizione, e il 5 marzo avvistarono finalmente terra! Qui Foss si trovò in un’altra situazione difficile e altrettanto straziante. L’imbarcazione su cui si trovavano lui e l’ultimo superstite della spedizione, urtò violentemente contro una barriera di rocce al largo dell’isola che avevano avvistato. Rapidamente la barca si capovolse e gettò i due uomini in mare. Fosse riuscì ad aggrapparsi ad un remo e a raggiungere la costa. Del suo ultimo compagno non ne seppe più nulla.

Resistendo ad un travolgente bisogno di farsi prendere dal panico, Foss procedette ad esplorare l’isola sulla quale era sbarcato e le sue scoperte gli portarono un po’ di allegria. L’isola era terribilmente piccola, lunga non più di un chilometro, e non vi era alcun segno di animale, uccello, o forme di vita marina, ad eccezione di pochi molluschi. Foss rimase senza cibo per tre giorni, il suo corpo era gonfio e provato dal mare, dal vento e dalle rocce. Sapeva che presto sarebbe morto. Pensò a casa sua, e fu immerso in un profondo stato di malinconia. Tuttavia, il mattino seguente si svegliò decise di continuare la sua lotta. Verso mezzogiorno scoprì il corpo di una foca  morta in un crepaccio tra le rocce.

Alcuni giorni dopo venne svegliato da dei versi che gli sembrarono dei ruggiti di cani. Corse verso la riva e non incontrò un branco di cani, bensì migliaia di foche, vive! Corse tra le loro file, agitando il suo remo con foga e violenza.

Alla fine della giornata aveva macellato più di 100 foche.

Avendo così risolto il problema del cibo, Foss fu costretto a lavorare sul perfezionamento del sistema di approvvigionamento dell’acqua. Fino ad allora, in mancanza di contenitori adeguati, il naufrago fu costretto a bere l’acqua piovana che si raccoglieva nelle buche delle rocce. Creò quindi un secchio da una grande roccia, lavorandola e modellandola con le pietre più dure che trovò sull’isola. Nel giro di cinque settimane ebbe un grosso secchio di pietra in grado di contenere quasi due litri d’acqua. Nel corso dei mesi seguenti ricoprì l’isola di fori per immagazzinare l’acqua, disponendoci anche dei coperchi di pietra per conservarla. Così facendo, Foss aveva 200 litri di acqua a sua disposizione in ogni momento.

Durante il secondo anno sulla isola, Foss aveva fatto molto per superare le difficoltà della sua prigionia. Eresse una capanna di pietra, che lo circondava con una barricata alta 10 piedi che lo proteggeva dalle onde del mare e venti forti. Nel punto più alto dell’isola ha costruito un pilastro alto 30 piedi e ornato con i brandelli della sua camicia di flanella. Un segnale di soccorso per le navi di passaggio. Diede alla sua permanenza sull’isola un ordine tradizionale, con la creazione di un calendario sul l’unico pezzo di legno piatto che si trovava sull’isola, il remo.

Il remo diventò il suo tuttofare: era un’arma, un’asta portabandiera, una canna, un pungolo; e Foss lo custodiva  gelosamente in un involucro di pelle di foca. Negli anni successivi il remo diventò anche il libro dei canti: Foss vi intagliò un breve versetto, che cantava a se stesso ogni sabato. Ispirato da questa impresa, utilizzò la parte più ampia del remo come una sorta di diario, incidendo con la pietra la storia del suo naufragio e la successiva vita in esilio. Nella migliore delle ipotesi poteva incidere 12 lettere al giorno, facendo in modo che dopo la sua morte, non fosse dimenticato.

In modo anche abbastanza appropriato, è stato proprio il remo che salvò Foss, durante il sesto anno del suo confino. Avvistò una grande nave, e  una piccola barca che cercava di approdare su quell’isola frastagliata dalle rocce. Foss prese il suo remo e  si tuffò a capofitto tra le pericolose onde e nuotò verso il piccolo vascello di salvataggio.

Quando fu al sicuro, a bordo della grande nave, Foss e il suo remo furono considerati con grande curiosità e ammirazione da quegli attoniti marinai. Foss poi tornò a casa sua a Elkton. Fu tanta la gratitudine al suo che lo donò al curatore del Museo Peal a Philadelphia. Purtroppo, oggi il museo non esiste più, e del remo si è persa ogni traccia.

“A journal of the shipwreck and sufferings of Daniel Foss , a native of St. Mary’s (Georgia) who was the only person saved from on board the brig The Negotiator, of Alexandria, which foundered in the Pacific Ocean, on the 26th nov. 1811 – and who lived for five years on a small barren island – during which time he subsisted on seals, and never saw the face of any human creature.”

Questo è il titolo del diario di Daniel Foss, pubblicato a Boston nel 1816. Una copia originale si può acquistare in questo sito alla modica cifra di 4.500 dollari. Queste sono alcune delle sue pagine:

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La Repubblica censura un articolo di Piergiorgio Odifreddi sul conflitto israelo-palestinese

Piergiorgio Odifreddi, matematico e divulgatore scientifico, gestiva un’interessante spazio all’interno del sito di Repubblica online “Il non-senso della vita”. Per più di due anni è stata la rubrica più interessante di tutta la testata editoriale, che com’è noto, recentemente ha perso il carisma e la credibilità degli anni passati.

Un esempio su tutti è la censura a Odifreddi a causa di questo articolo sul conflitto israelo palestinese:

Dieci volte peggio dei nazisti (18)
Uno dei crimini più efferati dell’occupazione nazista in Italia fu la strage delle Fosse Ardeatine. Il 24 maggio 1944 i tedeschi “giustiziarono”, secondo il loro rudimentale concetto di giustizia, 335 italiani in rappresaglia per l’attentato di via Rasella compiuto dalla resistenza partigiana il 23 maggio, nel quale avevano perso la vita 32 militari delle truppe di occupazione. A istituire la versione moderna della “legge del taglione”, che sostituiva la proporzione uno a uno del motto “occhio per occhio, dente per dente” con una proporzione di dieci a uno, fu Hitler in persona.

Il feldmaresciallo Albert Kesselring trasmise l’ordine a Herbert Kappler, l’ufficiale delle SS che si era già messo in luce l’anno prima, nell’ottobre del 1943, con il rastrellamento del ghetto di Roma. E quest’ultimo lo eseguì con un eccesso di zelo, aggiungendo di sua sponte 15 vittime al numero di 320 stabilito dal Fuehrer. Dopo la guerra Kesselring fu condannato a morte per l’eccidio, ma la pena fu commutata in ergastolo e scontata fino al 1952, quando il detenuto fu scarcerato per “motivi di salute” (tra virgolette, perché sopravvisse altri otto anni). Anche Kappler e il suo aiutante Erich Priebke furono condannati all’ergastolo. Il primo riuscì a evadere nel 1977, e morì pochi mesi dopo in Germania. Il secondo, catturato ed estradato solo nel 1995 in Argentina, è tuttora detenuto in semilibertà a Roma, nonostante sia ormai quasi centenario.

In questi giorni si sta compiendo in Israele l’ennesima replica della logica nazista delle Fosse Ardeatine. Con la scusa di contrastare gli “atti terroristici” della resistenza palestinese contro gli occupanti israeliani, il governo Netanyahu sta bombardando la striscia di Gaza e si appresta a invaderla con decine di migliaia di truppe. Il che d’altronde aveva già minacciato e deciso di fare a freddo, per punire l’Autorità Nazionale Palestinese di un crimine terribile: aver chiesto alle Nazioni Unite di esservi ammessa come membro osservatore! Cosa succederà durante l’invasione, è facilmente prevedibile. Durante l’operazione Piombo Fuso di fine 2008 e inizio 2009, infatti, compiuta con le stesse scuse e gli stessi fini, sono stati uccisi almeno 1400 palestinesi, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, a fronte dei 15 morti israeliani provocati in otto anni (!) dai razzi diHamas. Un rapporto di circa 241 cento a uno, dunque: dieci volte superiore a quello della strage delle Fosse Ardeatine. Naturalmente, l’eccidio di quattro anni fa non è che uno dei tanti perpetrati dal governo e dall’esercito di occupazione israeliani nei territori palestinesi.

Ma a far condannare all’ergastolo Kesserling, Kappler e Priebke ne è bastato uno solo, e molto meno efferato: a quando dunque un tribunale internazionale per processare e condannare ancheNetanyahu e i suoi generali?

Piergiorgio Odifreddi

L’improvvisa scomparsa dell’articolo dallo spazio di Odifreddi ha portato il matematico a lasciare il quotidiano, e l’ha fatto con questa lettera:

809 giorni di libertà

Il non-senso della vita è iniziato il 31 agosto 2010, e ha cercato di gettare uno sguardo il più possibile razionale, e dunque non convenzionale, sugli avvenimenti che la cronaca proponeva quotidianamente alla nostra attenzione. Lo stesso titolo del blog, nonostante la palese provocazione filosofica e teologica, intendeva programmaticamente indicare che gli spunti di meditazione e di discussione sarebbero stati scelti, in maniera idiosincratica, tra quelli che potevano essere considerati come “portatori di non senso”.

Per 809 giorni Repubblica.it ha generosamente ospitato le mie riflessioni, che spesso non coincidevano con la linea editoriale del giornale, e ha offerto loro l’invidiabile visibilità non solo del suo sito, ma anche di un richiamo speciale nella sezione Pubblico. Da parte mia, ho approfittato di questa ospitalità per parlare in libertà anche di temi scabrosi e non politically correct, che vertevano spesso su questioni controverse di scienza, filosofia, religione e politica.

Naturalmente, sapevo bene che toccare temi sensibili poteva provocare la reazione pavloviana delle persone ipersensibili. Puntualmente, vari post hanno stimolato valanghe (centinaia, e a volte migliaia) di commenti, e aperto discussioni che hanno fatto di questo blog un gradito spazio di libertà. Altrettanto naturalmente, sapevo bene che la sponsorizzazione di Repubblica.it poteva riversare sul sito e sul giornale proteste direttamente proporzionali alla cattiva coscienza di chi si sentiva messo in discussione o criticato.

Immagino che il direttore del giornale e i curatori del sito abbiano spesso ricevuto lagnanze, molte delle quali probabilmente in latino. Ma devo riconoscere loro di non averne mai lasciato trasparire più che un vago sentore, e di aver sempre sposato la massima di Voltaire: “detesto ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”. Mai e sempre, fino a ieri, quando anche loro hanno dovuto soccombere di fronte ad altre lagnanze, questa volta sicuramente in ebraico.

Cancellare un post non è, di per sè, un grande problema: soprattutto nell’era dell’informatica, quando tutto ciò che si mette in rete viene clonato e continua comunque a esistere e circolare. Non è neppure un grande problema il fatto che una parte della comunità ebraica italiana non condivida le opinioni su Israele espresse non soltanto da José Saramago e Noam Chomsky, al cui insegnamento immodestamente mi ispiro, ma anche e soprattutto dai molti cittadini israeliani democratici che non approvano la politica del loro governo, ai quali vanno la mia ammirazione e la mia solidarietà.

Il problema, piccolo e puramente individuale, è che se continuassi a tenere il blog, d’ora in poi dovrei ogni volta domandarmi se ciò che penso, e dunque scrivo, può non essere gradito a coloro che lo leggono: qualunque lingua, viva o morta, essi usino per protestare. Dovrei, cioè, diventare “passivamente responsabile”, per evitare di procurare guai. Ma poiché per natura io mi sento “attivamente irresponsabile”, nel senso in cui Richard Feynman dichiarava di sentirsi in Il piacere di trovare le cose, preferisco fermarmi qui.

Tenere questo blog è stata una bella esperienza, di pensiero e di vita, e ringrazio non solo coloro che l’hanno ospitato e difeso, ma anche e soprattutto coloro che vi hanno partecipato. La vita, con o senza senso, continua. Ma ci sono momenti in cui, candidamente, bisogna ritirarsi a coltivare il proprio giardino.

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Il nuovo SimCity: un inno alla progettazione eco-sostenibile

Sin dalla sua uscita (23 anni fa), SimCity ha stimolato gli aspiranti urbanisti a progettare, costruire, pianificare (e anche far saltare in aria) le città dei loro sogni.

L’ultima edizione del gioco prevista per il prossimo febbraio, non fa eccezione; tuttavia ci sarà una piccola svolta.

Nelle parole di Ariel Schwartz, giornalista di  Fast Company, la nuova versione “conserva la maggior parte dei precedenti elementi del gioco (inclusa la sua qualità di coinvolgimento), ma portando il mondo di gioco ad un nuovo livello di complessità. Si può anche notare come Maxis ci insegna sottilmente i pro e i contro delle energie rinnovabili, la conservazione delle risorse naturali, e collaborando con le città vicine.”

Con oltre 180 milioni di copie di giochi Sim vendute nel mondo, con giocatori di qualsiasi età, nazionalità e genere, SimCity potrebbe essere un modo potente (e di gran lunga il più divertente) per impartire al cittadino medio una semplice questione: il futuro è nella progettazione sostenibile.

Uno dei temi centrali di questo nuovo SimCity riguarda la produzione di energia elettrica: scegliere il solare, perdendo un sacco di terreno prezioso; il nucleare, affrontando le proteste dei Sims; scegliere il carbone, ma avere tutta la città sporca e inquinata.

Non solo ripercussioni come il traffico e l’inquinamento visibile, ma anche problematiche di pertinenza”globale”, in particolare nella versione multi-player di SimCity ogni decisione ambientale non riguarda solo la nostra città, ma anche quelle vicine . Ad esempio, se la vostra centrale elettrica ha gli scarichi che vanno nell’acqua potabile, questo può ammalare un cittadino della vostra città ma anche di una vicina.

Mentre l’inquinamento produce gli effetti più evidenti di una cattiva gestione delle risorse della città, ci sono anche altri aspetti meno viscerali.  Come ha scritto uno degli ingegneri di Maxis, Dan Moskowitz: “L’eccessiva dipendenza (su una risorsa di energia) può mettere in pericolo quelli che non hanno diversificato il loro approvvigionamento energetico. Se hai costruito un’intera città sulla base dell’estrazione di una risorsa, quando tale risorsa si esaurisce la tua economia crollerà.

Tuttavia, la cosa veramente affascinante il nuovo SimCity è che il design sostenibile diventa, essenzialmente, l’unica via praticabile per costruire una sana e prospera città. In un recente forum on-line, il direttore creativo di SimCity, Ocean Quigley, ha osservato: Non voglio che nel gioco si rispettano i principi di eco-sostenibilità, voglio che emergono come conseguenze naturali della vostra interazione con la simulazione. […] Se non gestite la depurazione dell’acqua, la congestione del traffico, con zone pedonali e di transito, con il suolo e l’inquinamento atmosferico – la tua città lo rifletterà”!

Infatti, gli sviluppatori del gioco hanno fatto in modo che i trasporti pubblici, piste ciclabili ed edifici ad alta efficienza energetica faranno parte delle tante opzioni a disposizione del giocatore. E se i giocatori scelgono di ignorare queste opzioni e creare una città vecchio stile, colma di traffico, contaminata, con edifici ad alto consumo di energia , SimCity 2013 offre tuttavia uno sguardo affascinante delle conseguenze che avvengono come nella vita reale nella progettazione urbana.

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Articolo liberamente tradotto da: http://www.archdaily.com/278938/the-new-simcity-a-beacon-for-sustainable-design/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter

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Dust, non un clone di Risiko ma molto di più!

Oggi vorrei parlare di Dust, gioco da tavolo noto ai più come una delle tante alternative a Risiko.

Ammetto che lo comprai per puro caso l’estate scorsa in un negozio di giocattoli ad appena 9,90€ (ancora oggi non riesco a farmene una ragione), e affascinato anche dalla sublime veste grafica della confezione e leggendo il contenuto della scatola, non ci pensai due volte a portarmelo a casa!

Il retro della scatola diceva testualmente:

CONTENUTO: Una plancia di grandi dimensioni, 6 Eserciti di diversi colori, 24 Centri produzione, 45 Carte speciali, 10 Dadi speciali, 28 Gettoni in cartone, 3 Schede riassuntive, 1 Regolamento.

SCOPO DEL GIOCO: Accumulare punti Vittoria conquistando le Fonti di Energia e le Capitali ma riuscendo anche ad avere il più alto livello di produzione e il maggiore controllo sulle aree di terra e di mare.

Ora capite che chi ha sempre giocato a Risiko apprezzandone solo la parte “bellica” e detestando il fattore fortuna intriso nei suoi perfidi dadi, si rende conto che questo gioco è molto più ampio e strategico. E in più, ci sono ben 5 tipi di unità diverse: Robot, Carri, Caccia, Bombardieri, Sottomarini.

Non è mia intenzione parlare ora delle regole del gioco, anche perché il manuale si trova facilmente in rete sul sito del produttore ed è anche abbastanza esauriente.

Vorrei invece far luce su 3 aspetti di questo prodotto.

Primo: la grande componente strategica del gioco, che seppur subendo l’influsso di dadi e carte da pescare, si tiene ad una discreta distanza dal fattore fortuna, considerando che poi ogni unità da delle caratteristiche particolari e che in mano si hanno sempre 5 carte. La fortuna è quindi abbastanza relativa.

Secondo: la veste grafica, e a proposito di questo, Dust è un prodotto davvero figo! Le illustrazione sulla scatola, sulle carte e sul manuale rendono perfettamente l’idea del periodo storico (immaginario) in cui è ambientato il gioco: un 1938 alternativo in cui una tecnologia aliena ha cambiato gli equilibri politici del mondo. E’ tutto in perfetto stile Steampunk.

Terzo: i materiali. Fin da quando si prende in mano la scatola per la prima volta, ci si rende subito conto che siamo davanti ad un ottimo prodotto. La scatola è in cartone molto resistente, con la superficie esterna che presenta un effetto quasi “intelaiato” (non saprei bene come definirlo, spero si noti nell’immagine). Questo effetto è presente anche sulla mappa e sui gettoni.

La mappa è in cartone molto duro e resistente e si assembla come un grosso puzzle.

Le pedine (circa 800 in tutto) sono in plastica di ottima fattura e considerando le dimensioni, presentano anche buoni dettagli. Le fabbriche forse potevano essere fatte meglio: risultano molto leggere e durante il gioco capita di toccarle accidentalmente e farle perdere la posizione iniziale. Ma questo non è un problema rilevante.

Piccola nota positiva per i dadi, anch’essi ben realizzati e molto pesanti.

In definitiva, Dust è un ottimo gioco e ha dalla sua una buona complessità strategica e soprattutto una grafica e dei materiali da preferirlo, nettamente, ad altri prodotti più scarsi ma che hanno avuto più successo di pubblico (qualcuno ha detto Risiko?). Questo gioco ha significato tanto per me, mi ha fatto appassionare ai giochi da tavolo, mi ha fatto capire che non bisogna accontentarsi di quello che ci passa la grande distribuzione, ma bisogna curiosare: su internet, nei negozi, tra gli amici appassionati; il gioco che vogliamo, quello a cui desideriamo giocare lo troveremo, anche se non ne siamo a conoscenza. Ed è stato così con Dust!

Non credo che il negozio dove lo comprai abbia altre copie a 9,90€, ma su internet si può trovare facilmente sui principali siti di e-commerce intorno ai 30-40€ (stesso prezzo del Risiko tra l’altro, quindi…)

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Qualche riferimento internet:

Sito del produttore EG: http://www.editricegiochi.it/

Community EG di Dust dove trovare spiegazioni, chiarimenti, ecc.: http://forum.egcommunity.it/forumdisplay.php?f=203

Sito di KaleidosGames con backstage, curiosità, bozzetti ecc.: http://www.kaleidosgames.com/Il_mondo_di_DUST.html

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